Nel corso dei secoli, gli Stati Uniti hanno sperimentato grandi ondate d’immigrazione, per diversi motivi.
La storia dell’immigrazione negli Stati Uniti inizia con i primi insediamenti europei nel 1600, quando britannici ed altri europei, si stabilirono principalmente sulla costa orientale degli USA, in cerca di libertà religiosa.

Durante l’era coloniale (prima parte del 19º secolo e dal 1880 al 1920), molti immigrati si trasferirono in America in cerca di maggiori opportunità economiche. Dal 17º al 19º secolo, centinaia di migliaia di schiavi africani vennero in America contro la loro volontà. Inoltre, tra i primi coloni inglesi vi erano servi a contratto disposti a scambiare vari anni di lavoro non retribuito per un biglietto di sola andata verso la Terra Promessa.

Il Congresso iniziò a vietare il commercio degli schiavi dopo il 1808 e iniziò a stabilire le regole per la naturalizzazione.
Fu così che nel 1790, fu approvato il primo Naturalization Act che stabiliva che ogni persona, bianca, libera e di buon carattere, poteva essere ammessa come cittadino americano. Così facendo, erano quindi esclusi indiani americani, servi a contratto, schiavi, neri liberi ed asiatici.

Come prescritto dall’articolo I, sezione 2 della Costituzione degli Stati Uniti d’America, in data 2 agosto 1790, si realizza il primo censimento negli Stati Uniti, contandosi 3,9 milioni di persone, con una predominanza etnica di britannici, un 20% di africani e i rimanenti per lo più residenti tedeschi, scozzesi e irlandesi. Fino alla metà del 18º secolo, infatti, le colonie britanniche erano diventate la più prospere del Nord America.

L’invento di mezzi a vapore aveva accorciato il viaggio verso l’America, ricevendo immigrati da tutto il mondo come Europa, Medio Oriente e Canada.
Thomas Paine, rivoluzionario e filosofo idealista inglese autore de “The rights of man”(1791), definì gli Stati Uniti post-Guerra d’Indipendenza come “l’asilo per i perseguitati, amanti della libertà civile e religiosa, provenienti da ogni parte d’Europa”.

La famosa Ellis Island, sulle foci del fiume Hudson, antico arsenale militare (1892-1954), oggi sede dell’Ellis Island Immigration Museum, divenne il principale punto d’entrata per più di 12 milioni di immigranti che sbarcarono negli Stati Uniti. Questi venivano sottoposti ad esame di accertamento sulle condizioni di salute prima di essere registrati. Le persone che presentavano malattie contagiose, mentali o altro, venivano tassativamente respinte e reimbarcate sulla stessa nave che le aveva portate negli Stati Uniti. L’isola divenne anche un centro di detenzione per anarchici, dissidenti o disoccupati homeless, che venivano poi rimpatriati a forza.

Il primo atto di legislazione federale dell’ immigrazione negli Stati Uniti si ebbe nel 1882 con il Chinese Exclusion Act che limitò severamente l’immigrazione dalla Cina.
A partire dal 1917, vi furono modifiche sulle norme d’ingresso che limitarono i flussi immigratori. Venne introdotto un test dell’alfabetismo e nel 1924 vennero approvate le quote d’ingresso. Il picco di immigrazione dall’Europa si ebbe nel 1907 e nel 1924, il Congresso approvò l’Immigration Act, limitando soprattutto l’entrata di ebrei, italiani e slavi, in fuga dai nazisti. La Depressione del 1929 ridusse ulteriormente il numero degli immigrati.

Una volta che gli USA (facente parte degli “Alleati”, assieme a Gran Bretagna e Unione Sovietica) dichiararono guerra contro le potenze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone), i residenti tedeschi ed italiani furono arrestati. Tuttavia per i giapponesi, si presero misure estreme: residenti e cittadini americani ma di origine giapponese furono internati. Gli Alleati sconfissero l’Asse nel 1945 e nel 1948, il Congresso rispose con la Displaced Persons Act, che autorizzò per un periodo limitato di tempo, l’ammissione negli Stati Uniti di determinati europei sfollati.

Ma fu con la legge Immigration and Nationality Act (INA) del 1965, conosciuta anche come Hart–Celler Act, che finì il sistema delle quote che favoriva gli immigranti europei, e oggi, la maggior parte degli immigrati del paese provengono da Asia e America Latina. Dal 1965, infatti, negli Stati Uniti aveva riavuto inizio una forte immigrazione dai paesi asiatici (Cina, India) e latinoamericani (Messico). L’INA introdusse un sistema di preferenze incentrato sulle competenze degli immigrati e sui rapporti di parentela con cittadini americani o residenti. Vennero inserite restrizioni numeriche sui visti d’immigrazione USA, con un tetto di 170.000 all’anno e quote per ogni paese di origine, non compresi i parenti diretti di cittadini americani o immigrati speciali come ex-cittadini o dipendenti del governo degli Stati Uniti all’estero.

Nel 1986, il governo diede amnistia a più di 3 milioni di stranieri attraverso la riforma della legge sull’immigrazione, ma durante gli anni di recessione dei primi anni 90, ci fu una rinascita del sentimento anti-immigrato.